Ultimamente ho sentito parlare con frequenza di “Guerrilla Marketing”, sono comparsi due articoli su due numeri consecutivi de Il Mondo, un blog che leggo spesso ha citato un esempio italiano davvero ben congegnato…
L’esempio che voglio citare è invece straniero: si tratta di FedEx
Credo che un progetto “Guerrilla”, per funzionare davvero debba:
-spiazzare l’utente/visitatore/fruitore, coinvolgendolo in maniera emozionale/sensoriale/intellettiva, una specie di “intermittenza del cuore” a fini di branding
-costare poco, altrimenti non è vero “guerrilla”
-sensibilizzare e stimolare la stampa e i media: (quasi) tutto è concesso purchè se ne parli
-prestarsi alla viralità: l’emozionalità deve scatenare gicoforza un passaparola per moltiplicare l’effetto di “branding”
-essere – in qualche modo – non convenzionale, e quindi avere il coraggio di “forzare” la comunicazione, anche a costo di ottenere effetti non previsti (non ho detto negativi, beninteso): vista una pubblicità di un finto prodotto della Tucano Urbano … le finte strisce di parcheggio per la moto/motorino, da posizionare sull’asfalto per creare “posto” anche laddove non ci sia …





2 comments
Comments feed for this article
Aprile 7, 2007 a 8:34 pm
Meditazioni da supermercato « Marchètting: il marketing del buon senso
[...] colpito da un simile errore … poi ho pensato che si tratta sicuramente di un’azione di guerrilla … sì, la guerrilla contro la [...]
Aprile 16, 2007 a 6:59 am
In fronte scritto « Marchètting: il marketing del buon senso
[...] pubblicitaria di farsi tatuare in faccia dei messaggi promozionali … la preistoria del Guerrilla Marketing! All’inizio i due sono titubanti, timorosi di farsi vedere in giro, poi prendono confidenza [...]