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Luca Conti parla di social media press release e (giustamente) dice che siamo ancora lontanissimi, in Italia, da un’impostazione “sociale” della comunicazione delle aziende. Anche compagini di elevato livello non hanno ancora affinato le loro competenze per interagire in maniera adeguata con i blogger, per esempio.

Poi cita alcuni errori madornali che i comunicatori commettono: non inserire i riferimenti dei mittenti di un comunicato stampa, inviare schermate di word con dentro l’immagine invece dell’immagine stessa, non costruire in maniera corretta l’oggetto dell’email con il comunicato scrivendo solo sigle incomprensibili …

Tutti errori e castronerie che pregiudicano il flusso della comunicazione anche nei confronti, comunque, dei media “tradizionali”, figurarsi la blogosfera …

Errori di forma, certamente. Utili consigli per scrivere un buon comunicato sono qui, sul sito del Mestiere di Scrivere. Ed anche qui.

Per parte mia, il punto di partenza deve essere giocoforza la notizia, come ricorda Enrico qui. Senza la notizia è inutile sbattersi, rompere le scatole ai giornalisti, sollecitare le nostre “conoscenze”. Meglio “sparare” pochi colpi, ma buoni. E poi credo che una buona attività di comunicazione e PR possa e debba prescindere da UNA notizia: occorre informare i media sulle cose interessanti che l’azienda sta facendo, fornendo esempi pratici, casi di studio, e fare tutto questo costantemente e senza “alluvionare” le caselle di posta dei malcapitati.

Per quanto concerne la forma, qui ci sono scuole di pensiero diverse: di solito io utilizzo un file word, dal quale si può facilmente fare “copia & incolla”. Mi piace l’arial 11, e sono preferenze personali che non hanno mai inficiato la mia professione. Non infarcisco il testo di troppi link, anche se Carlo Odello è dell’avviso opposto. Uso un titolo in grassetto e divido il corpo del comunicato in zone testuali ben distinte così che la persona che lo leggerà avrà modo di orientarsi facilmente tra le mie parole.

Lo stile: il mio ambito preponderante è la tecnologia. Evito di essere troppo “tecnico”: non tutti i giornalisti che scrivono di hi-tech sono ingegneri. Sceglo un linguaggio piano, non uso molti termini inglesi, odio tradurre i comunicati inglesi che spesso “piovono” dall’alto. Preferisco un sano comunicato che nasce in lingua italiana da una mente che l’ha pensato in italiano per destinatari italiani. Ma non sono xenofobo.

Immagini: di solito non appesantisco le mie email con allegati corposi. Se un giornalista è interessato si farà avanti subito per chiedere la foto o il PDF con l’executive summary di una ricerca.

Distribuzione: ho – come tutti i comunicatori – il mio archivio, il mio database a cui sono molto affezionato. I miei invii sono spesso mirati, non sono mai indifferenziati. Mi piace stabilire un rapporto con i giornalisti, cercare di guadagnarmi la loro fiducia. “Vendendo” loro notizie e fatti che possano essere davvero interessanti per loro. Che gli possano far scrivere un bel pezzo e di cui possano essere contenti.

Recall: non mi piace molto fare le cosiddette “chiamate”. Chiamo spesso solo alcuni giornalisti che sono “storici” per me, ai quali magari non cerco nemmeno di “vendere” il comunicato  ma ai quali chiedo consigli e/o feedback. E poi email, social media e similari ci consentono di essere “alwasy on” con tutti i nostri contatti senza disturbarli troppo.

Questo è il mio approccio. Senza la pretesa di essere esaustivo nè di dettare norme.

Ma accetto consigli e mi piacerebbe che altri raccontassero in parole povere il loro approccio. Perchè prima di arrivare alla social media press release c’è tanta strada da fare. Ma tanta.