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Ho recentemente riletto Sappiamo cosa vuoi di Martin Howard (Minimux Fax), un interessante manuale di – rubo il termine a Goetz – “ecologia del marketing”. Howard, ex guru ed esperto mondiale di comunicazione e pubblicità, si è da tempo convertito (!) e ravveduto (!) e in questo testo ci insegna a difenderci dalla persuasione occulta, ossia dai meccanismi diabolici che aziende, governi e religioni mettono in atto per venderci a tutti i costi un prodotto, una guerra in Iraq, un aldilà sicuro.

Un pò estremo, forse, ma dice delle verità. Io stesso a volte entro in un centro commerciale con l’idea di comprare UN prodotto. Poi me lo dimentico e – per spezzare l’incantesimo negativo – ne compro altri dieci alla rinfusa sperando di azzeccare quello che avevo in mente all’inizio. E spesso ce la faccio. Ed esco, stordito e attonito per aver comprato cose di cui posso fare tranquillamente a meno, come ad esempio una copia de Il Giornale di Giordano.

Volevo soffermarmi poi sull’aspetto delle Pubbliche Relazioni, che – per nascita (oscura) e per leggende metropolitane – Howard ammanta di negatività. Anche qui c’è del vero ed è affascinante e annosa la diatriba anche all’interno del corpus degli spin doctors: quale il confine tra verità e mezza verità? E’ meglio una mezza verità o una bugia intera? A fare luce su questi temi c’è il bellissimo libro di Patricia Parsons, L’etica nelle relazioni pubbliche, pubblicato in Italia anche grazie alla Chiappe & Revello.

Altro libercolo “scomodo” è Nati per comprare (Apogeo), di Juliet B. Schor, che getta altre ombre buie sull’operato delle aziende americane, colpevoli di bombardare di messaggi pubblicitari gli stessi bambini, vittime designate della persuasione occulta … questo ne è un estratto:

“Oggi il bambino americano medio è immerso nel mercato di consumo con una modalità tale da annichilire qualsiasi raffronto storico. A un anno guarda Teletubbies e mangia il cibo dei suoi ‘promo partner’ Burger King e McDonald’s. A 18 mesi i bambini sono in grado di riconoscere i loghi commerciali e prima di raggiungere il secondo anno d’età chiedono i prodotti nominandone la marca. Secondo gli esperti, entro i tre anni o i tre anni e mezzo i bambini cominciano a credere che la marca sia in grado di conferire loro caratteristiche uniche, per esempio l’essere in gamba, forti e intelligenti”

 E pensare che io confondo sempre (sempre!) Vigorsol e Daygum … ma non sono la stessa cosa, poi? …

Chiudo con altro classico (per me): Babbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario (Fazi), saggio antropoligico di Nicola Lagioia che tratteggia la storia di come la Coca Cola abbia creato l’immagine “moderna” di Santa Claus appropriandosi di un “prodotto” della cristianità per farne un simbolo del consumismo.

Io ho sempre preferito il presepe.

 

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