Un pomeriggio, Libereso

aprile 2, 2013 § Lascia un commento

- Ciao, – disse il ragazzo-giardiniere. Aveva la pelle marrone, sulla faccia, sul collo, sul petto:
forse perché stava sempre così, mezzo nudo.
– Come ti chiami? – disse Maria-nunziata.
– Libereso, – disse il ragazzo-giardiniere.
Maria-nunziata rideva e ripeté: – Libereso… Libereso… che nome, Libereso.
– É un nome in esperanto, – disse lui. – Vuol dire libertà, in esperanto.
– Esperanto, – disse Maria-nunziata. – Sei esperanto, tu?
– L’esperanto è una lingua, – spiegò Libereso. Mio padre parla esperanto.
– Io sono calabrese, – disse Maria-nunziata.
– Come ti chiami?
– Maria-nunziata, – e rideva.
– Perché ridi sempre?
– Ma perché ti chiami Esperanto?
– Non esperanto: Libereso.
– Perché?
– E perché tu ti chiami Maria-nunziata?
– É il nome della Madonna. Io mi chiamo come la Madonna e mio fratello come san Giuseppe.
– Sangiuseppe?
Maria-nunziata scoppiava dal ridere: – Sangiuseppe! Giuseppe, non Sangiuseppe! Libereso!
– Mio fratello, – disse Libereso, – si chiama Germinal e mia sorella Omnia.
– Quella cosa, – disse Maria-nunziata, – fammi vedere quella cosa.
– Vieni, – disse Libereso. Posò l’innaffiatoio e la prese per mano.

Un pomeriggio, Adamo da Ultimo viene il corvo, Italo Calvino

Dopo anni di “rincorsa”, grazie a moglie che si occupa nel tempo libero di storia e cultura locale, ho incontrato Libereso Guglielmi, noto ai più come il “giardiniere di Calvino”. Libereso, per anni al servizio di Mario Calvino, il padre di Italo, ha inaugurato la stagione del Museo della Lavanda di Carpasio, un’iniziativa degna di nota che punta al recupero delle tradizioni con lo scopo di diffondere l’amore per le erbe officinali che in questa valle hanno sempre trovato spazio e terreno fertile.

Libereso, grande esperto di piante e fiori, mi ha raccontato del suo lavoro alla stazione botanica sperimentale di Sanremo alle dipendenze di Mario Calvino…uomo profondamente semplice, mi ha svelato alcuni aneddoti sul grande Italo, ragazzino serioso e  dedito allo studio…

Calvino, Bin Laden e cuoche sovietiche

dicembre 19, 2012 § Lascia un commento

italocalvino

Ripropongo qui – un poco off topic – un mio pezzo pubblicato da Mentelocale il 9 ottobre 2001, undici anni fa, ma soprattutto un mese dopo l’attentato al World Trade Center di New York. La fine del mondo siamo noi, se diamo fiato alle trombe dell’intolleranza…

L’inquietante scenario internazionale che si sta delineando non induce certo alla speculazione dotta. Però è facile dimostrare che anche un approccio apparentemente “innocente” alla letteratura, ci porta a parlare di tematiche sociali. I grandi scrittori raramente sono avulsi dal contesto in cui operano e creano.

Prendiamo ad esempio Il Cavaliere inesistente di Italo Calvino, un romanzo del 1959. È uno dei più noti libri dello scrittore ligure: appartiene al ciclo de I nostri antenati, che comprende anche Il visconte dimezzato e Il barone rampante. Si tratta di una rivisitazione parodistica e grottesca dell’Ariosto. Il protagonista di Calvino non è un paladino invincibile, come i guerrieri tratteggiati nell’Orlando furioso, guerrieri di alta stirpe e nobiltà, combattenti dal duello facile, ma Agilulfo, il “cavaliere inesistente” appunto, un’armatura vuota che si comporta come una persona in carne e ossa. E’ accompagnato dal suo scudiero, il (poco) fido Gurdulù, incosciente del suo esistere ed essere. I due sono al centro di avventure fiabesche, che portano all’estremizzazione le immagini e gli stilemi di per sé fantastici dei poemi cavallereschi.
Calvino ne prende in prestito la cornice: la lotta tra cristiani e “infedeli”, con i primi convinti della loro presunta “superiorità” sui secondi, superbi ma scalcinati come un’armata Brancaleone.

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Senza pietre non c’è arco

novembre 3, 2011 § Lascia un commento

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

Italo Calvino, Le città invisibili

Il diritto e il rovescio

aprile 8, 2011 § Lascia un commento

Guadato il fiume, valicato il passo, l’uomo si trova di fronte tutt’a un tratto la città di Moriana, con le porte d’alabastro trasparenti alla luce del sole, le colonne di corallo che sostengono i frontoni incrostati di serpentina, le ville tutte di vetro come acquari dove nuotano le ombre delle danzatrici dalle squame argentate sotto i lampadari a forma di medusa. Se non è al suo primo viaggio l’uomo sa già che le città come questa hanno un rovescio: basta percorrere un semicerchio e si avrà in vista la faccia nascosta di Moriana, una distesa di lamiera arrugginita, tela di sacco, assi irte di chiodi, tubi neri di fuliggine, mucchi di barattoli, muri ciechi con scritte stinte, telai di sedie spagliate, corde buone solo per impiccarsi a un trave marcio. Da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio d’immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un diritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi.

Italo Calvino, “Le città invisibili”

Non c’è linguaggio senza inganno

dicembre 6, 2010 § Lascia un commento

Di tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane, nessuno uguaglia quello che lo attende nella città di Ipazia, perché non riguarda le parole ma le cose. Entrai a Ipazia un mattino, un giardinio di magnolie si specchiava su lagune azzurre, io andavo tra le siepi sicuro di scoprire cose belle e giovani dame fare il bagno: ma in fondo all’acqua i granchi mordevano gli occhi delle suicide con la pietra legata al collo e i capelli verdi di alghe.
Mi sentii defraudato e volli chiedere giustizia al sultano. Salii le scale di porfido del palazzo dalle cupole più alte, attraversai sei cortili di maiolica con zampilli. La sala nel mezzo era sbarrata da inferriate: i forzati con nere catene al piede issavano rocce di basalto da una cava che s’apre sottoterra.
Non mi restava che interrogare i filosofi. Entrai nella grande biblioteca, mi persi tra scaffali che crolavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l’ordine alfabetico di alfabeti scomparsi, su e giù per corridoi, scalette e ponti. Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d’un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa di oppio.
– Dov’è il sapiente? – il fumatore indicò fuori dalla finestra. Era un giardino con giochi infantili: i birilli, l’altalena, la trottola. Il filosofo sedeva sul prato. Disse: – I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere- . Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m’avevano annunciato le cose che cercavo: solo allora sarei riuscito a intendere il linguaggio di Ipazia.
Ora basta che senta nitrire i cavalli e schioccare le fruste e già mi prende una trepidazione amorosa: a Ipazia devi entrare nelle scuderie e nei maneggi per vedere le belle donne che montano in sella con le cosce nude e i gamballi sui polpacci, e appena s’avvicina un giovane straniero lo rovesciano su mucchi di fieno o di segatura e lo premono con i saldi capezzoli.
E quando il mio animo non chiede altro alimento e stimolo che la musica, so che va cercata nei cimiteri: i suonatori si nascondono nelle tombe ; da una fossa all’altra si rispondono trilli di flauti, accordi d’arpe. Certo anche a Ipazia verrà il giorno in cui il solo mio desiderio sarà partire. So che non dovrò scendere al porto ma salire sul pinnacolo più alto della rocca ed aspettare che una nave passi lassù. Ma passerà mai? Non c’è linguaggio senza inganno.

da: Le Città Invisibili di Italo Calvino

[immagine da progetto-italic.org]

Marketing liquido

ottobre 18, 2007 § Lascia un commento

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Ho letto con interesse la presentazione fatta da Maurizio Goetz a SMAU ieri. Il tema, scenaristico ma di “scottante attualità” direbbe una Buonamici qualsiasi, è quello delle nuove frontiere del marketing.

Esiste una non più strisciante crisi dell’attenzione verso la pubblicità, a cui le aziende reagiscono in due modi: (a) con una comunicazione più ricca ed impattante e (b) con una comunicazione più “leggera”, attraverso l’utilizzo dei social media.

Dalla tradizionale campagna pubblicitaria assistiamo al passaggio a forme nuove, al concetto di movimento: la prima ha una durata finita ed è drammaticamente “battagliera”, il secondo mira all’evangelizzazione, alla condivisione, alla viralità, allo scambio…

Il nuovo ruolo della comunicazione non è solo quello di generare attenzione ma di coinvolgere i pubblici, le persone, gli utilizzatori, i clienti, che in qualche caso collaborano (la chiosa è mia) alla costruzione di un brand, ne decretano il successo o l’insuccesso.

Il nuovo paradigma del “marketing liquido” è quello di una comunicazione “agile” (e qui torna di nuovo l’immagine calviniana della “lightness” delle Lezioni Americane), adattiva, all’interno della quale le competenze sono rimescolate e il messaggio, proprio come l’acqua in un recipiente, si adatta ai contesti. Affascinante.

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