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“Storie di pittura piemontese del Novecento in Liguria” è il titolo di una mostra d’arte contemporanea che si terrà a Cervo (IM) dal 5 luglio al 23 agosto. Con opere di artisti del calibro di Carlo Levi, Casorati padre e figlio, Daphne Maughan, Martina, Aimone, Chessa, Morlotti, Menzio, Galante, Saroni, Campagnoli… mostra che traccia un filo rosso tra Liguria e Piemonte che prescinde dalla pacifica invazione dei vacanzieri sulle spiagge delle Riviere…
Location d’eccezione, il borgo-gioiello di Cervo, un paesino a strapiombo sul mare dell’estremo ponente ligure, paese noto anche per il Festival Internazionale di Musica da Camera e per tante altre manifestazioni culturali ed artistiche.
Sono stato coinvolto nella promozione della mostra, e del borgo in genere, con gli amici di Studio Vacuo, officina di comunicazione. Abbiamo pensato prima di tutto di aprire un blog, con commenti aperti, dando la possibilità al pubblico di interagire. Poi abbiamo creato un canale YouTube, un canale Flickr, un account Twitter…
E il riconoscimento più bello di questa fase iniziale di promozione viene da un amico blogger, Marco Freccero: Il paragone che Marco fa con il fallimentare e mastodontico portale Italia.it, oggetto di furenti polemiche nel recente passato, ci rende orgogliosi di questo approccio e del lavoro che stiamo sviluppando … nostro intento è proprio quello di prendere per mano, illustrare, raccontare la bellezza di questo borgo, in modo semplice ma professionale…
ps: Affari & Finanza di lunedì parla del blog della mostra, accostandolo a iniziative “sociali” di mastodonti come Venezia e Genova…
Il blog Marchetting si arricchisce di una nuova “redattrice”, Fraaaa, studiosa di design e comunicazione, amante dell’arancione e delle moto, che scoverà e commenterà per noi nuove campagne pubblicitarie e produrrà adeguate riflessioni sul patinato mondo del marketing.
Benvenuti alla nuova rubrica dedicata alla comunicazione che ogni giorno vediamo in televisione, sui giornali o semplicemente per strada.
Ovviamente questa rubrica non ha la pretesa di essere una cosa troppo seria, ma esprimerà semplicemente la mia modesta opinione, su argomenti che sceglierò di volta in volta (ovviamente il tutto in maniera assolutamente democratica eh..^^).
Incominciamo subito con l’argomento di oggi che, come avrete capito, è l’ultima pubblicità TV della Fiat 500. Quando ho visto i nuovi cartelloni che la pubblicizzavano qualche settimana fa mi sono detta “Ma che carina! Bello il paragone con le “piccole cose”…chissà come sarà lo spot televisivo…”.
Ora che ho avuto l’occasione di vederla, oltre che sentire lo spot radiofonico, devo dire che mi sbagliavo, o quantomeno non ha soddisfatto le mie aspettative.
Mi hanno sempre detto che nel caso di campagne pubblicitarie tutto dev’essere bene riconoscibile, che non si possono usare mille claim diversi nello stesso momento e che avere un’idea buona è fondamentale.
Evidentemente questo è leggermente sfuggito a chi ha progettato la campagna … mi spiego meglio: perché se trovo un’idea semplice ma carinissima per la cartellonistica, ne cerco poi un’altra per lo spot televisivo? Le “piccole cose” si sono trasformate in una brutta versione di “Everybody needs somebody to love” neanche presa dal film dei Blues Brothers (John Belushi e Dan Aykroyd sono inarrivabili) e un modo di rappresentare la macchina che non mi è piaciuto per niente (e mi ha solo ricordato la pubblicità dell’Actimel).
(Si capisce tanto che Blues Brothers è uno dei miei film preferiti? O.ò)
Posso capire che si volesse ricondurre il tutto alle pubblicità della Punto, della Bravo etc. però secondo me non è stata proprio una cosa azzeccata.
Si poteva giocare sulle “piccole cose” magari anche con un po’ d’ironia … anche perché queste “piccole cose” si prestano a molte interpretazioni, a tratti anche goliardiche se si vuole.
Forse hanno preferito una resa finale simile agli spot precedenti proprio perché riconducibili alla nuova percezione che vogliono dare del brand Fiat.
[ok..anche oggi mi sono salvata..ho usato claim, brand..si, posso anche sembrare esperta!^^]
Mi ha fatto sorridere e dunque lo pubblico qui. Un bel manifesto con l’ultima pubblicità “in store” della Conad: E.C. - Extra Convenienza, con la sagoma del carrello tipo bicicletta di E.T.
Mentre faccio la spesa mi guardo in giro, scruto i cartelloni pubblicitari alla ricerca di claim più o meno intelligenti, annego nell’analisi del lettering e dei font dei manifesti, soppeso e valuto i packaging più diversi, decreto il successo delle melanzane surgelate X e l’insuccesso della zuppa Y, immagino le strategie che stanno dietro al lancio della bevanda Z, mi calo nella parte di membro del focus group K, e di inconsapevole “influencer” nell’acquisto della rivista W…
Poi - entrato per comprare tre pomodori - esco con 200 euro di scontrino e il carrello (brandizzato e sponsorizzato dalla nota marca di caffè Q) pieno di merce. Prima però faccio incetta di volantini e flyer (traboccanti alle casse), gioco al consumatore preso emozionalmente dal concorso di turno, conteggio i miei punti della card Fedeltà, che mi consentirà di acquisire un auricolare Bluetooth dopo aver raggiunto quota 3.000 (+18 euro), mi fermo a provare il nuovo aspirapolvere che la gentile hostess mi mostra decantandone il “valore aggiunto”.
Poi esco. Di nuovo nella trita e ritrita realtà.
Social network e aziende: facile dire che bisogna usare i nuovi stumenti del web duepuntozero per migliorare la comunicazione delle aziende, meno facile mettere in pratica queste idee, tradurle in realtà effettiva.
Lo spunto per questa riflessione mi viene dall’articolo piccato di Mafe de Baggis su Punto Informatico: Mafe parla dell’utilizzo da parte di SKY di un account Twitter per la propria Guida TV, utilizzo che ha suscitato polemiche presso il pubblico degli utilizzatori di questo social network. Mi sento in accordo con Mafe quando dice che nella maggior parte dei casi iniziative come questa di Twitter per SKY sono faticosamente portate avanti da pochi coraggiosi che conoscono la rete e che a volte lo fanno anche di nascosto, stufi dell’elefantismo aziendale per cui vanno fatti solo siti enormi, complicati ed emozionali e straordinarie campagne banner, stufi di piani faraonici di community pensate solo per raggiungere gli obiettivi aziendali e per questo fallimentari.
Al di là del ritratto carbonaro e pioneristico di questi coraggiosi sperimentatori, giova ricordare che la realtà della gran parte delle aziende italiane è di scarsa conoscenza verso questi nuovi strumenti di comunicazione. Prima di proporre o tentare di vendere un servizio o un’idea di questo tipo bisognerebbe spiegare alle aziende i vantaggi e le opportunità offerte.
E non criticare le aziende che sperimentano. Che cercano un modo diverso per dialogare con i consumatori.
Marco Formento racconta le sue spiacevoli esperienze con MyAir.
Maurizio Goetz lamenta disservizi con un negozio della catena Wellcome.
Nicola Mattina vive un confronto sconcertante con l’agenzia PR della Nokia.
Alessio Jacona critica un blog tematico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Sono solo alcuni esempi, presi in Rete negli ultimi giorni.
Le aziende non sanno conversare. Le aziende non amano farlo. Spesso si improvvisano. I brand/enti citati qui sopra raramente hanno risposto alle critiche/osservazioni dei giornalisti/blogger/utenti.
Si fa un gran parlare di social network, di comunicazione 2.0, di evoluzione nell’approccio con i clienti. Dimenticando le basi. Quello che qui manca è l’ABC del marketing. Prima di vendere un progetto di comunicazione, innovativo o tradizionale che sia, ad un’azienda cerchiamo di ascoltarla. Parliamo con l’AD ma anche con il magazziniere.
Perchè la comunicazione, 2.0 o 1.0 o doppiozero che sia, è un’opportunità. Che si può cogliere o no. La Rete e i network sociali sono utili nella misura in cui si adotti un approccio coerente. Qualcuno potrebbe parlare male di noi - mi sento dire spesso dalle aziende. E io penso: se quello che dice la gente è giusto, allora questa è un’opportunità per imparare e migliorare. Se quello che dice la gente è falso, allora avremo l’opportunità di rispondere e precisare la vera versione dei fatti.
Intanto sul post di Marco Formento (quello fortemente critico nei confronti di MyAir) l’area dei commenti è tristemente vuota: perchè nessuno dell’azienda (che io sappia) ha reagito? Spiegando/giustificando i problemi? Perchè non gli hanno offerto di provare gratis alcune tratte o alcuni servizi? Perchè non hanno snocciolato cifre e statistiche che contrastano la visione totalmente negativa di Formento? Perchè - se veramente il servizio ha talvolta perso colpi e causato disagi e problemi ai viaggiatori - non hanno fatto un “mea culpa” pubblico annunciando miglioramenti/implementazioni/cambi di rotta/poltrona? Il problema, peraltro, non sembra essere stato solo di Marco …
Finalmente il 4 aprile ritorna on air un programma TV intelligente (no, non è sempre un ossimoro…) fatto da una persona intelligente: si tratta di Glob, l’Osceno del Villaggio, condotto dal bravo Enrico Bertolino.
Si parlerà di comunicazione.
Con l’aiuto di bloggers, giornalisti, musicisti e scrittori, comici e personaggi televisivi, Enrico Bertolino analizza i fenomeni mediatici più interessanti dei cinque continenti: dai programmi televisivi più innovativi alle campagne pubblicitarie, dalla divulgazione scientifica al bon ton nei salotti televisivi, dalla galassia internet agli archivi Rai, senza tralasciare la stampa nostrana e quella internazionale, decifrando i messaggi ambigui che rischiano di deformare la realtà producendo esiti comici e paradossali e - col contributo settimanale di Blob di Enrico Ghezzi e del suo sguardo irriverente sulla tv italiana - assieme al pubblico straniero in studio, accompagna in una ironica e puntuale analisi di tutto ciò che fa comunicazione, attraverso interviste, schede di approfondimento e rubriche settimanali.
Il programma si apre anche ai contenuti generati dagli utenti: nella sezione YouGlob è possibile caricare il proprio spot elettorale. Dopo avere visto (via negroski) il video I’m PD, si avverte vieppiù il bisogno di veri “spot fasulli”…
Periodo impegnativo: viaggi, eventi, persone da incontrare, business da avviare, strade da battere, in Italia ma soprattutto all’estero.
Ultimamente ho un pò trascurato e “tradito” questo blog.
Mi sono sentito anche in colpa.
Perchè bloggare è diventato per me un dolce impegno, un’attività fisiologicamente inevitabile.
Solo un anno e due mesi fa tutto questo non c’era … e ora non si può e non si deve tornare indietro … perchè non si può rinunciare a queste utili e fantastiche conversazioni in Rete: tutto questo cerco di trasmettere alle persone e alle aziende che vedo … “non si può non conversare”, è troppo importante utilizzare forme “nuove” di comunicazione come i blog e altri social network … l’opportunità è troppo “golosa”, i rischi - se possiamo usare questo termine - minimi …
Come definire l’ultimo libro di Henry Jenkins, Cultura Convergente? Istruttivo, interessante, provocatorio.
Jenkins ci traghetta oltre il paradigma (assai inflazionato) del web 2.0: se il 2006 ha visto molte aziende scoprire i cosiddetti contenuti generati dagli utenti, e il 2007 ha generato contraddizioni tra produttori e consumatori (con gli utenti che non hanno quasi mai tratto profitto dalle loro “creazioni”), il 2008 vedrà il tentativo di pacificazione e conciliazione attraverso la comprensione di cosa abbia valore per ciascuna parte.
E’ inevitabile. Creazioni mediali professionali generano innumerevoli contenuti “amatoriali” mentre sperimentazioni grassroot (che partono dal basso, come certi video di giovani artisti su You Tube, per esempio) possono avere esiti commerciali e commerciabili.
Nella cultura convergente i consumatori partecipano in maniera attiva alla produzione ed anche alla circolazione di contenuti. Ne parlavo qui: le aziende, grandi e piccole, assistono al proliferare di questa tendenza, talvolta ne hanno timore ma non possono più arrestarla. Grazie alla Rete il pubblico/consumatore acquisisce materiali, foto, video, immagini, contenuti e li interpreta, li rimescola, li arricchisce, li banalizza, li ridistribuisce …
Non è necessario che le aziende si buttino a capofitto in questo magma, perchè fa figo ed è fashion avere un blog o girare un video virale. Cerchiamo di far capire loro - prima - che un processo inarrestabile è cominciato. Che non si torna indietro. Che c’è una nuova geografia mediale e sociologica.
E se davvero i mercati sono conversazioni, cominciamo ad acoltare, che è sempre buona norma nella comunicazione.
Iniziare a conversare/partecipare sarà un passo inevitabile e (più o meno) leggero.
Lo spunto mi viene sia da Enrico che commenta in modo sottilmente provocatorio un mio post sul corporate blogging sia da Gianluca che segnala un pezzo di Luca De Fino su NC-Nuova Comunicazione.
Il tema è: siamo certi che tutte le aziende debbano/possano aprire un blog?
Luca De Fino, nel pezzo su NC, cita gli ostacoli all’attivazione di forme di comunicazione “sociali” che un campione rappresentativo di Senior PR statunitensi ha espresso … al primo posto la mancanza di risorse (51.1%), al secondo (46.9%) la potenziale perdita di controllo … ecco secondo me la barriera principale!
Il fatto è che le aziende non hanno mai avuto il controllo di quanto si dice di loro … la gente ha parlato per anni delle aziende, dei marchi e dei prodotti … e ora ha aperto dei blog …
Non possiamo censurare la libera espressione dei commenti e dei pareri delle persone … possiamo però entrare a far parte di queste conversazioni, dire la nostra.
Se la gente muove delle critiche giuste, ecco allora l’opportunità di migliorare e imparare dagli errori. Se la gente sta dicendo delle castronerie, ecco che avremo modo di rispondere e precisare la nostra versione dei fatti.
Non si può non comunicare, diceva qualche inclito guru. Io, che guru non sono, ribadisco: non si può non “conversare”
Dieci anni fa o giù di lì le persone si chiedevano: “Dobbiamo usare l’email a tutti i costi?”. Poi tutti l’hanno utilizzata.
Poi le aziende si sono chieste: “Abbiamo bisogno davvero di un sito internet?”. La storia ha dimostrato di sì, per quasi ogni tipo di business.
Ora la domanda che le aziende mi pongono è: “Dobbiamo davvero aprire un blog?” …
BootB.com è una Repubblica della Creatività illimitata, come la definiscono i creatori, ossia un punto di incontro tra aziende alla ricerca di idee e creativi in grado di fornirle.
La aziende pubblicano on line il brief e chiunque in tutto il mondo (sono 12 le lingue supportate) può partecipare alla gara. E “vincere” il premio messo in palio.
Molto interessante: l’iscrizione è gratuita, come su Facebook o YouTube, e ci sono già brief interessanti di nomi come Auchan, Lego, Peugeot … e BootB stessa che cerca qualcuno in grado di supportarne il lancio con video e iniziative virali.
L’iniziativa è stata lanciata con più di 300 eventi in 18 paesi di tutti i continenti e ha già avuto eco internazionale.
E’ un pò come nel sesso.
L’uomo, il Maschio, è più attento all’immagine. Al dettaglio. Al singolo elemento materiale. Ad un approccio visivo, tangibile.
La donna, la Femmina, si appella invece all’immaginazione. Alla fantasia. Alla scoperta. Alla riflessione. Alla partecipazione. Alla collaborazione.
Il marketing che vorrei è più femminile che maschile. Più immaginazione e meno immagine.
Viva le donne, viva il marketing.
Affari & Finanza di lunedì scorso riportava un pezzo di Arturo Zampaglione che racconta le nuove strategie di marketing del colosso Procter & Gamble. Essere vicini ai consumatori con ogni strumento a disposizione e cavalcare la rivoluzione dell’interattività che offre maggiori rendimenti all’investimento pubblicitario, questa la nuova mission di Jim Stengel, global marketing officer di P&G.
Un cambio epocale nei piani di comunicazione e negli investimenti del leader mondiale dei beni di largo consumo: meno TV e pubblicità tabellare, e più web e iniziative “non convenzionali”. Come l’operazione di street marketing attuata a Time Square per pubblicizzare la carta igienica Charmin, con la “sponsorizzazione” di un bagno pubblico. Con iniziative sociali come il finanziamento di vaccini anti-tetano nei paesi più poveri … o gli aiuti erogati dopo l’uragano Katrina.
Nel complesso P&G si sposta verso una comunicazione “collaborativa”, e quindi sarà forte l’utilizzo dei social network, soprattutto nei paesi più avanzati.
Anche nel largo consumo, quindi, una nuova comunicazione è possibile.
Cito qui un interessante articolo apparso su Nòva di ieri: si parla di Loic Le Meur, controversa figura di blogger imprenditore francese, fondatore di start up, creatore dell’evento culto “LeWeb”, appena svoltosi, consulente di Sarkozy.
Le Meur, che ha trasferito il proprio business a San Francisco, per uscire dal provincialismo europeo (”…se devo fare un accordo con Twitter, li chiamo, ci vediamo per un caffè e due ore dopo l’affare è concluso…”), ha ora lanciato il proprio decalogo per avere successo. Vale la pena vederlo, punto per punto:
1. Non attendere l’idea rivoluzionaria. Le Meur suggerisce che è meglio puntare su uno “spazio vuoto”, eccitante e agire rapidamente … Sono d’accordo: prendiamoci quelle nicchie che non sono ancora state esplorate. O, nel caso non possiamo, agiamo comunque con velocità e passione, senza aspettare la prossima invenzione che cambierà le nostre vite
2. Condividi le idee. Le Meur cita la propria esperienza con l’azienda Rapid Site, da lui fondata nel 1997 e andata in contrasto con France Telecom. Invece di fare causa al colosso tel.co Le Meur gli ha venduto l’azienda…capitalizzando… Bisogna parlare con i concorrenti…
3. Costruisci una community. I network sociali - usati coerentemente - fanno sì che si parli di prodotti/servizi/persone…
4. Ascolta la community. E’ un lavoro duro e continuo, lo sappiamo, ma bisogna rispondere a tutti i feedback che vengono da una community o da un social network.
5. Metti insieme una grande squadra. Giustissimo: bisogna circondarsi di collaboratori che siano più bravi di noi
6. Riconosci per primo un errore. Parlare pubblicamente di un proprio errore è una bella mossa … e poi sforziamoci di imparare dagli errori…
7. Non perdere tempo in ricerche di mercato. Ennesima provocazione di Le Meur. Che suggerisce di laciare versioni test di un prodotto/servizio in tempi rapidi. Migliorando il prodotto in forma “open”
8. Non farti ossessionare dai business plan. Che a volte mentono o non rispecchiano la realtà. Oppure deludono. Buon senso è la chiave del business pensato da Le Meur
9. Non pianificare grandi sforzi di marketing. Qui per marketing Le Meur intende advertising: in epoca di social network non è più necessario stanziare cifre ingenti per campagne dal taglio generalista. Andiamo a cercarci e coccolarci il nostro target. Facciamo in modo che la nostra community ami il nostro prodotto.
10. Non pensare a diventare ricco. E’ quanto pensa anche Lapo Elkann … ma ricco lui lo è già … La ricetta di Le Meur, che condivido, è quella di puntare sugli utenti: il denaro è conseguenza del lavoro e del successo, non il fine
Ho rivisto in video l’interessante presentazione fatta da Marco Montemagno, giornalista di SKY, blogger e AD di Blogosfere, al recente IAB Forum. A parte l’estrema bravura nell’esposizione e la capacità di coinvolgere un audience (geniale aver fatto alzare tutto il pubblico presente per fare un applauso a Internet…), di Marco apprezzo la chiarezza. Dal suo discorso estrapolo qui i 4 punti di forza principali del web, ed in particolare del web 2.0 …
-Distribuzione: internet è utile per tutti, bando alle criminalizzazioni che qualche grande nome del giornalismo fa in nome della notiziabilità e bando al pressapochismo di chi parla di internet senza conoscerlo … Internet è il reame della viralità e delle potenzialità, basta avere un’idea buona e questa può circolare su milioni di PC e terminali mobili …
-Condivisione: sia in termini di dati, che di persone … qui il paradigma è quello del consumatore che “costruisce” il proprio Brand, il proprio Prodotto … ottimi gli esempi dei video di Dove e di Boeing, che ha coinvolto gli utenti nella definizione delle caratteristiche produttive iniziali
-Dialogo: è cambiato il rapporto - in seno al web stesso - tra produttori e fruitori di informazioni/prodotti/beni/servizi … non possiamo più ignorare il fenomeno dei network sociali, possiamo non utilizzarli ma non far finta che non ci siano …
-Personalizzazione: il web è sempre più consumer-centrico, qualcuno usa il brutto termine “prosumer” … grazie a internet posso cucirmi addosso strumenti, reti di relazioni, contatti, posso veicolare idee e renderle concrete, senza essere un guru o uno smanettone
Un anno fa, lo ripeto spesso, non avevo un blog: ho voluto mettermi in gioco anche io, capire di più, prendere le facciate - come dice Marco - ma vivere la rete e questa sua rivoluzione. Ci ho messo la faccia e devo dire che è stato (ed è) esaltante ![]()
Luca De Biase, partecipando a Web2.Oltre, ha portato la propria esperienza nella scrittura del libro Economia della felicità.
Ne parla qui, in un post che ho apprezzato moltissimo.
Fare marketing in epoca di web 2.0 vuol dire anche considerare i cosiddetti “beni relazionali”, una dimensione economica che non prescinde dai rapporti tra la persone. Persone che producono contenuti (”UGC”), che li condividono, persone che scambiano sapere, pareri, informazione, emozioni.
Nel marketing del futuro non solo i Brand potranno essere “costruiti” e “partecipati” in qualche modo dagli utenti stessi, ma le aziende stesse dovranno compiere passi sempre più decisi verso i consumatori. Un percorso di maggiore consapevolezza.
Forse alla fine del processo di consapevolezza si scoprirà che si fanno addirittura affari migliori se si tiene conto davvero delle persone.
Da eXtrapola, società leader nel media monitoring di contenuti e news sul web, ecco il nuovo servizio vip.monitor, che si occupa di tenere sotto controllo la reputazione di manager, VIP e personaggi pubblici in genere.
L’azienda sta lavorando per politici locali e nazionali, manager di rilievo e per aziende di consulenza che hanno richiesto questo servizio per i loro assistiti.
Estendendo le funzionalità della propria piattaforma tecnologica (interamente proprietaria, e in grado di processare fino a 300.000 news al giorno) , eXtrapola scandaglia il web alla ricerca di qualsiasi contenuto o informazione riguardante il singolo personaggio. Tiene monitorati blog, forum, social network, siti di settore e quotidiani on line, per offrire poi report e analisi, effettuati da una redazione di giornalisti e netclipper.
Maggiori informazioni e un video introduttivo qui
Leggo su Panorama Economy che H&M ha inserito dei codici a barre sui suoi annunci e cartelloni pubblicitari. Così il consumatore può, con il proprio cellulare, scansire tale codice e, dopo la lettura ottica, essere indirizzato ad un menu interattivo dove potrà scegliere taglia, colore e pagare sempre tramite il device mobile.
Bel modo per H&M di trasformare qualsiasi ambiente (anche un angolo di trada malfamato, o il muro di un metro) in un potenziale punto di vendita. Shopping-follia o innovazione al cubo?
Venerdì ero a colloquio con il management di un’importante rete immobiliare in franchising italiana.
Incontro piacevole: è sempre bello confrontarsi con operatori del settore che abbiano intenzioni e strategie aziendali innovative.
Si è parlato di marketing, di cosa fa e di cosa dovrebbe fare.
Per me è sempre valido l’esempio (ancorchè inflazionato) delle acque minerali: sono tutte uguali (come le benzine) e compito del marketing e creare e sottolineare delle differenze. Così bisogna fare nel campo immobiliare: le proposte di affiliazione dei franchsing più importanti sono molto simili tra loro … si parla di banca dati, di sito, di formazione specifica, di visibilità e notorietà del marchio … compito dei markettari è spingere al massimo le peculiarità della singola rete, ragionare sui valori specifici, creare dei plus, dei punti assolutamente univoci ….
Ho recentemente riletto Sappiamo cosa vuoi di Martin Howard (Minimux Fax), un interessante manuale di - rubo il termine a Goetz - “ecologia del marketing”. Howard, ex guru ed esperto mondiale di comunicazione e pubblicità, si è da tempo convertito (!) e ravveduto (!) e in questo testo ci insegna a difenderci dalla persuasione occulta, ossia dai meccanismi diabolici che aziende, governi e religioni mettono in atto per venderci a tutti i costi un prodotto, una guerra in Iraq, un aldilà sicuro.
Un pò estremo, forse, ma dice delle verità. Io stesso a volte entro in un centro commerciale con l’idea di comprare UN prodotto. Poi me lo dimentico e - per spezzare l’incantesimo negativo - ne compro altri dieci alla rinfusa sperando di azzeccare quello che avevo in mente all’inizio. E spesso ce la faccio. Ed esco, stordito e attonito per aver comprato cose di cui posso fare tranquillamente a meno, come ad esempio una copia de Il Giornale di Giordano.
Volevo soffermarmi poi sull’aspetto delle Pubbliche Relazioni, che - per nascita (oscura) e per leggende metropolitane - Howard ammanta di negatività. Anche qui c’è del vero ed è affascinante e annosa la diatriba anche all’interno del corpus degli spin doctors: quale il confine tra verità e mezza verità? E’ meglio una mezza verità o una bugia intera? A fare luce su questi temi c’è il bellissimo libro di Patricia Parsons, L’etica nelle relazioni pubbliche, pubblicato in Italia anche grazie alla Chiappe & Revello.
Altro libercolo “scomodo” è Nati per comprare (Apogeo), di Juliet B. Schor, che getta altre ombre buie sull’operato delle aziende americane, colpevoli di bombardare di messaggi pubblicitari gli stessi bambini, vittime designate della persuasione occulta … questo ne è un estratto:
“Oggi il bambino americano medio è immerso nel mercato di consumo con una modalità tale da annichilire qualsiasi raffronto storico. A un anno guarda Teletubbies e mangia il cibo dei suoi ‘promo partner’ Burger King e McDonald’s. A 18 mesi i bambini sono in grado di riconoscere i loghi commerciali e prima di raggiungere il secondo anno d’età chiedono i prodotti nominandone la marca. Secondo gli esperti, entro i tre anni o i tre anni e mezzo i bambini cominciano a credere che la marca sia in grado di conferire loro caratteristiche uniche, per esempio l’essere in gamba, forti e intelligenti”
E pensare che io confondo sempre (sempre!) Vigorsol e Daygum … ma non sono la stessa cosa, poi? …
Chiudo con altro classico (per me): Babbo Natale. Dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario (Fazi), saggio antropoligico di Nicola Lagioia che tratteggia la storia di come la Coca Cola abbia creato l’immagine “moderna” di Santa Claus appropriandosi di un “prodotto” della cristianità per farne un simbolo del consumismo.
Io ho sempre preferito il presepe.
Riporto qui un post del sempre originale ed ironico Gianluca di [mini]marketing, il blog che mi ha fologorato due anni fa sulla via del web 2.0 spingendomi a postare i miei deliri su questa piattaforma.
Si parla delle 7 T del marketing utopico (clicca la JPG qui sotto per ingrandire).
Geniale chi nei commenti ha detto che era fermo alle “3 T” bolognesi…
E’ in uscita (24 ottobre) il nuovo libro del guru e CEO di Saatchi & Saatchi, Kevin Roberts: Effetto lovemarks. Vincere nella rivoluzione dei consumi.
Seguito di Lovemarks, il futuro oltre i brands, questo libro dà voce non solo agli operatori del marketing ma ai nuovi “protagonisti” nella costruzione di marchi di successo: i consumatori stessi.
Lovemark è un brand, o un evento o un’esperienza, di cui le persone si innamorano. Quali gli ingredienti per creare un lovemark?
1. mistero: è il segreto che tiene in vita le relazioni a lungo termine, di qualsiasi natura siano. L’azione inaspettata, il gesto segreto, lo scatto imprevedibile
2. sensualità: facciamo esperienze attraverso i sensi. Quando un marchio solletica e sollecita tutti e 5 i sensi, allora il risultato è “indimenticabile”.
3. intimità: sta per empatia, impegno, ed è da questo che nasce la fedeltà nel tempo da parte dei consumatori.
Nell’epoca della “attraction economy”, sono due i (non) luoghi più importanti: lo schermo (del cellulare, del PC, del cartellone in autostrada, del TV) e il negozio. L’emotività guida l’acquisto, e trasforma impulsi alogici in un processo di identificazione e immedesimazione.
Roberts conia un nuovo termine per definire il rutilante mondo del consumismo 2.0: “SiSoMo”, ossia un blending di Sight (vista), Sound (suono) e Motion (movimento).
Dopo l’immaginazione, ecco il cuore al potere.
Ho letto con interesse la presentazione fatta da Maurizio Goetz a SMAU ieri. Il tema, scenaristico ma di “scottante attualità” direbbe una Buonamici qualsiasi, è quello delle nuove frontiere del marketing.
Esiste una non più strisciante crisi dell’attenzione verso la pubblicità, a cui le aziende reagiscono in due modi: (a) con una comunicazione più ricca ed impattante e (b) con una comunicazione più “leggera”, attraverso l’utilizzo dei social media.
Dalla tradizionale campagna pubblicitaria assistiamo al passaggio a forme nuove, al concetto di movimento: la prima ha una durata finita ed è drammaticamente “battagliera”, il secondo mira all’evangelizzazione, alla condivisione, alla viralità, allo scambio…
Il nuovo ruolo della comunicazione non è solo quello di generare attenzione ma di coinvolgere i pubblici, le persone, gli utilizzatori, i clienti, che in qualche caso collaborano (la chiosa è mia) alla costruzione di un brand, ne decretano il successo o l’insuccesso.
Il nuovo paradigma del “marketing liquido” è quello di una comunicazione “agile” (e qui torna di nuovo l’immagine calviniana della “lightness” delle Lezioni Americane), adattiva, all’interno della quale le competenze sono rimescolate e il messaggio, proprio come l’acqua in un recipiente, si adatta ai contesti. Affascinante.
Giampaolo Colletti ha scritto un pezzo su 7th floor che parla di Brand TV e del fiorire di nuove forme di broadcasting sul web.
Interessante notare che - ancora una volta - è il contenuto creativo a fare la differenza: piccole aziende come la citata Blendtec, produttrice di frullatori, azzecca il format giusto e spopola e colossi come Bud ottengono l’effetto contrario con i consumatori.
Qui non serve scialacquare soldi e fare investimenti milionari. Qui ci vuole un’idea. Giusta.
Mi piace poi questo nuovo assetto di comunicazione diretta tra impresa e consumatori, resa possibile dalle web TV: niente mediatori, trasparenza, velocità, appeal.




























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