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“Storie di pittura piemontese del Novecento in Liguria” è il titolo di una mostra d’arte contemporanea che si terrà a Cervo (IM) dal 5 luglio al 23 agosto. Con opere di artisti del calibro di Carlo Levi, Casorati padre e figlio, Daphne Maughan, Martina, Aimone, Chessa, Morlotti, Menzio, Galante, Saroni, Campagnoli… mostra che traccia un filo rosso tra Liguria e Piemonte che prescinde dalla pacifica invazione dei vacanzieri sulle spiagge delle Riviere…
Location d’eccezione, il borgo-gioiello di Cervo, un paesino a strapiombo sul mare dell’estremo ponente ligure, paese noto anche per il Festival Internazionale di Musica da Camera e per tante altre manifestazioni culturali ed artistiche.
Sono stato coinvolto nella promozione della mostra, e del borgo in genere, con gli amici di Studio Vacuo, officina di comunicazione. Abbiamo pensato prima di tutto di aprire un blog, con commenti aperti, dando la possibilità al pubblico di interagire. Poi abbiamo creato un canale YouTube, un canale Flickr, un account Twitter…
E il riconoscimento più bello di questa fase iniziale di promozione viene da un amico blogger, Marco Freccero: Il paragone che Marco fa con il fallimentare e mastodontico portale Italia.it, oggetto di furenti polemiche nel recente passato, ci rende orgogliosi di questo approccio e del lavoro che stiamo sviluppando … nostro intento è proprio quello di prendere per mano, illustrare, raccontare la bellezza di questo borgo, in modo semplice ma professionale…
ps: Affari & Finanza di lunedì parla del blog della mostra, accostandolo a iniziative “sociali” di mastodonti come Venezia e Genova…
Il solito saggio e illuminante Gianluca di [mini]marketing posta una serie di osservazioni sul concetto di conversazione in Rete.
Mi piace molto ciò che dice e lo quoto pedissequamente qui:
Bisogna però avere un approccio che non è quello classico della ‘campagna’ ma quello dell’esplorazione, dell’ascolto continuativo della rete e della velocità nell’incoraggiare o nell’unirsi a conversazioni o iniziative spontanee (sborsando anche soldi rapidi) che nascono in continuazione.
Iniziare una conversazione comporta un lavoro di ascolto e di esplorazione … non è banale mettersi in gioco in questo modo per un’azienda … non è facile smantellare concetti comunicazionali radicati in decenni di approccio monomediale e unidirezionale al mercato … è un pò un processo psicoanalitico: prima di costruire bisogna smontare quello che c’è …
Ascoltare implica umiltà.
E conoscenza del mezzo, che si realizza anche attraverso l’apprendimento step by step.
E poi basta buttare benzina dove c’è già la scintilla…
Ottimo pezzo di Luca Conti su Nòva 24 di giovedì scorso su media monitoring, conversazioni e buzz.
Si parla anche di eXtrapola e del servizio net.monitor.
Social network e aziende: facile dire che bisogna usare i nuovi stumenti del web duepuntozero per migliorare la comunicazione delle aziende, meno facile mettere in pratica queste idee, tradurle in realtà effettiva.
Lo spunto per questa riflessione mi viene dall’articolo piccato di Mafe de Baggis su Punto Informatico: Mafe parla dell’utilizzo da parte di SKY di un account Twitter per la propria Guida TV, utilizzo che ha suscitato polemiche presso il pubblico degli utilizzatori di questo social network. Mi sento in accordo con Mafe quando dice che nella maggior parte dei casi iniziative come questa di Twitter per SKY sono faticosamente portate avanti da pochi coraggiosi che conoscono la rete e che a volte lo fanno anche di nascosto, stufi dell’elefantismo aziendale per cui vanno fatti solo siti enormi, complicati ed emozionali e straordinarie campagne banner, stufi di piani faraonici di community pensate solo per raggiungere gli obiettivi aziendali e per questo fallimentari.
Al di là del ritratto carbonaro e pioneristico di questi coraggiosi sperimentatori, giova ricordare che la realtà della gran parte delle aziende italiane è di scarsa conoscenza verso questi nuovi strumenti di comunicazione. Prima di proporre o tentare di vendere un servizio o un’idea di questo tipo bisognerebbe spiegare alle aziende i vantaggi e le opportunità offerte.
E non criticare le aziende che sperimentano. Che cercano un modo diverso per dialogare con i consumatori.
Marco Formento racconta le sue spiacevoli esperienze con MyAir.
Maurizio Goetz lamenta disservizi con un negozio della catena Wellcome.
Nicola Mattina vive un confronto sconcertante con l’agenzia PR della Nokia.
Alessio Jacona critica un blog tematico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Sono solo alcuni esempi, presi in Rete negli ultimi giorni.
Le aziende non sanno conversare. Le aziende non amano farlo. Spesso si improvvisano. I brand/enti citati qui sopra raramente hanno risposto alle critiche/osservazioni dei giornalisti/blogger/utenti.
Si fa un gran parlare di social network, di comunicazione 2.0, di evoluzione nell’approccio con i clienti. Dimenticando le basi. Quello che qui manca è l’ABC del marketing. Prima di vendere un progetto di comunicazione, innovativo o tradizionale che sia, ad un’azienda cerchiamo di ascoltarla. Parliamo con l’AD ma anche con il magazziniere.
Perchè la comunicazione, 2.0 o 1.0 o doppiozero che sia, è un’opportunità. Che si può cogliere o no. La Rete e i network sociali sono utili nella misura in cui si adotti un approccio coerente. Qualcuno potrebbe parlare male di noi - mi sento dire spesso dalle aziende. E io penso: se quello che dice la gente è giusto, allora questa è un’opportunità per imparare e migliorare. Se quello che dice la gente è falso, allora avremo l’opportunità di rispondere e precisare la vera versione dei fatti.
Intanto sul post di Marco Formento (quello fortemente critico nei confronti di MyAir) l’area dei commenti è tristemente vuota: perchè nessuno dell’azienda (che io sappia) ha reagito? Spiegando/giustificando i problemi? Perchè non gli hanno offerto di provare gratis alcune tratte o alcuni servizi? Perchè non hanno snocciolato cifre e statistiche che contrastano la visione totalmente negativa di Formento? Perchè - se veramente il servizio ha talvolta perso colpi e causato disagi e problemi ai viaggiatori - non hanno fatto un “mea culpa” pubblico annunciando miglioramenti/implementazioni/cambi di rotta/poltrona? Il problema, peraltro, non sembra essere stato solo di Marco …
L’argomento mi solletica molto: mi occupo di comunicazione e marketing, sia in vesti manageriali che consulenziali.
E - lungi dall’essere una personale lamentazione sul tema - credo che il lavoro di chi comunica tematiche tecnologiche e hi-tech in Italia non sia così facile.
A fronte di tantissimi professionisti preparati ed competenti, e di freelance che vivono praticamente sorretti solo dalla passione in attesa di tempi e contratti migliori, esiste tutta una congerie di giornalisti e operatori che non ascoltano. Che vivono di notizie scandalistiche e gonfiate … scoperta l’acqua su Marte … on line il sito che permette di ritrovare il proprio guanto smarrito e spaiato … nel 2050 l’uomo diventerà un cyborg …
Tutto questo accade soprattutto nei media generalisti, TV e giornali su tutti.
La TV resta (purtroppo) accesa tutto il giorno nelle nostre case, è l’elettrodomestico da compagnia più diffuso. Ma quanti programmi di informazione tecnologica vanno effettivamente in onda? Pochi, pochissimi, si fa fatica ad identificarli. Penso per esempio a Neapolis, che va in oda dalla sede RAI di Napoli: ottimo esempio di divulgazione. Penso a TG3 Leonardo, che non tratta solo scienza e tecnologia ma anche salute, ambiente, economia. Tutti programmi di nicchia. Se parliamo di divulgazione a “più ampio raggio” sconfiniamo nei vari Quark, Macchina del Tempo, Enigma (!) … ma siamo ben lontani dalle tematiche hi-tech …
E sulla carta stampata? Qui c’è sicuramente un’attenzione e una scelta maggiore: non possiamo non citare Nòva 24, Affari & Finanza e CorrierEconomia, che però ha un approccio meno “tecnico” e “scenaristico” mentre Corriere - Scienze & Tecnologie è più spostato sulla medicina e sulla scienza in genere. Meglio allora Il Mondo (sempre RCS), con l’estesa rubrica “hi tech”. Voglio citare Circuits (MF in joint venture con Italia Oggi), che esce però due sole volte al mese. Ed anche il Corriere delle Comunicazioni, un quindicinale dedicato esclusivamente all’ICT, da poco riemerso dalle proprie ceneri. Non c’è molto altro. Senza contare gli ottimi giornali che purtroppo chiudono, come WeekIT.
In generale, a parte alcuni altri piccoli inserti dedicati dei grandi quotidiani, la stampa generalista non si occupa molto di hi-tech. Non e’ ora così di moda come in tempi di Bolla. Fa più audience parlare di bullismo a scuola e video su YouTube. Di motociclisti folli che si filmano mentre rischiano la propria e l’altrui vita a velocità assurde.
L’informazione “hi-tech” che promana dai media tradizionali è troppo spesso banalizzata. Sensazionalistica. Affrontata senza adeguata preparazione. Senza calarsi nel contesto. Alla costante ricerca dell’audience, dello scoop.
Per questo dobbiamo poter affiancare sempre più i media on line, le web TV, i social network come veicoli ideali della nostra comunicazione. Dobbiamo poter parlare di tecnologia senza rincorrere qualche punto in più di share. Senza condizionamenti pubblicitari, senza malafede.
Le aziende lo devono capire. Dobbiamo andare a cercarci i nostri benedetti target parlando con i siti, i blog, i portali, le net TV … dobbiamo coinvolgerli in un processo che non è più quello - antico - dell’invio di un banale comunicato stampa. Dobbiamo dialogare. Scendendo dal piedistallo. Mi sta bene che un’azienda mi chieda di sensibilizzare i grandi quotidiani e gli inserti tematici. Ma senza dimenticare il lavoro - a tappeto e irrinunciabile - di dialogo con il web, con la magmatica realtà che - ricordiamolo - anche in Italia fa più utenti della TV generalista nel prime time.
Come definire l’ultimo libro di Henry Jenkins, Cultura Convergente? Istruttivo, interessante, provocatorio.
Jenkins ci traghetta oltre il paradigma (assai inflazionato) del web 2.0: se il 2006 ha visto molte aziende scoprire i cosiddetti contenuti generati dagli utenti, e il 2007 ha generato contraddizioni tra produttori e consumatori (con gli utenti che non hanno quasi mai tratto profitto dalle loro “creazioni”), il 2008 vedrà il tentativo di pacificazione e conciliazione attraverso la comprensione di cosa abbia valore per ciascuna parte.
E’ inevitabile. Creazioni mediali professionali generano innumerevoli contenuti “amatoriali” mentre sperimentazioni grassroot (che partono dal basso, come certi video di giovani artisti su You Tube, per esempio) possono avere esiti commerciali e commerciabili.
Nella cultura convergente i consumatori partecipano in maniera attiva alla produzione ed anche alla circolazione di contenuti. Ne parlavo qui: le aziende, grandi e piccole, assistono al proliferare di questa tendenza, talvolta ne hanno timore ma non possono più arrestarla. Grazie alla Rete il pubblico/consumatore acquisisce materiali, foto, video, immagini, contenuti e li interpreta, li rimescola, li arricchisce, li banalizza, li ridistribuisce …
Non è necessario che le aziende si buttino a capofitto in questo magma, perchè fa figo ed è fashion avere un blog o girare un video virale. Cerchiamo di far capire loro - prima - che un processo inarrestabile è cominciato. Che non si torna indietro. Che c’è una nuova geografia mediale e sociologica.
E se davvero i mercati sono conversazioni, cominciamo ad acoltare, che è sempre buona norma nella comunicazione.
Iniziare a conversare/partecipare sarà un passo inevitabile e (più o meno) leggero.
Lo spunto mi viene sia da Enrico che commenta in modo sottilmente provocatorio un mio post sul corporate blogging sia da Gianluca che segnala un pezzo di Luca De Fino su NC-Nuova Comunicazione.
Il tema è: siamo certi che tutte le aziende debbano/possano aprire un blog?
Luca De Fino, nel pezzo su NC, cita gli ostacoli all’attivazione di forme di comunicazione “sociali” che un campione rappresentativo di Senior PR statunitensi ha espresso … al primo posto la mancanza di risorse (51.1%), al secondo (46.9%) la potenziale perdita di controllo … ecco secondo me la barriera principale!
Il fatto è che le aziende non hanno mai avuto il controllo di quanto si dice di loro … la gente ha parlato per anni delle aziende, dei marchi e dei prodotti … e ora ha aperto dei blog …
Non possiamo censurare la libera espressione dei commenti e dei pareri delle persone … possiamo però entrare a far parte di queste conversazioni, dire la nostra.
Se la gente muove delle critiche giuste, ecco allora l’opportunità di migliorare e imparare dagli errori. Se la gente sta dicendo delle castronerie, ecco che avremo modo di rispondere e precisare la nostra versione dei fatti.
Non si può non comunicare, diceva qualche inclito guru. Io, che guru non sono, ribadisco: non si può non “conversare”
Dieci anni fa o giù di lì le persone si chiedevano: “Dobbiamo usare l’email a tutti i costi?”. Poi tutti l’hanno utilizzata.
Poi le aziende si sono chieste: “Abbiamo bisogno davvero di un sito internet?”. La storia ha dimostrato di sì, per quasi ogni tipo di business.
Ora la domanda che le aziende mi pongono è: “Dobbiamo davvero aprire un blog?” …
Cito qui un interessante articolo apparso su Nòva di ieri: si parla di Loic Le Meur, controversa figura di blogger imprenditore francese, fondatore di start up, creatore dell’evento culto “LeWeb”, appena svoltosi, consulente di Sarkozy.
Le Meur, che ha trasferito il proprio business a San Francisco, per uscire dal provincialismo europeo (”…se devo fare un accordo con Twitter, li chiamo, ci vediamo per un caffè e due ore dopo l’affare è concluso…”), ha ora lanciato il proprio decalogo per avere successo. Vale la pena vederlo, punto per punto:
1. Non attendere l’idea rivoluzionaria. Le Meur suggerisce che è meglio puntare su uno “spazio vuoto”, eccitante e agire rapidamente … Sono d’accordo: prendiamoci quelle nicchie che non sono ancora state esplorate. O, nel caso non possiamo, agiamo comunque con velocità e passione, senza aspettare la prossima invenzione che cambierà le nostre vite
2. Condividi le idee. Le Meur cita la propria esperienza con l’azienda Rapid Site, da lui fondata nel 1997 e andata in contrasto con France Telecom. Invece di fare causa al colosso tel.co Le Meur gli ha venduto l’azienda…capitalizzando… Bisogna parlare con i concorrenti…
3. Costruisci una community. I network sociali - usati coerentemente - fanno sì che si parli di prodotti/servizi/persone…
4. Ascolta la community. E’ un lavoro duro e continuo, lo sappiamo, ma bisogna rispondere a tutti i feedback che vengono da una community o da un social network.
5. Metti insieme una grande squadra. Giustissimo: bisogna circondarsi di collaboratori che siano più bravi di noi
6. Riconosci per primo un errore. Parlare pubblicamente di un proprio errore è una bella mossa … e poi sforziamoci di imparare dagli errori…
7. Non perdere tempo in ricerche di mercato. Ennesima provocazione di Le Meur. Che suggerisce di laciare versioni test di un prodotto/servizio in tempi rapidi. Migliorando il prodotto in forma “open”
8. Non farti ossessionare dai business plan. Che a volte mentono o non rispecchiano la realtà. Oppure deludono. Buon senso è la chiave del business pensato da Le Meur
9. Non pianificare grandi sforzi di marketing. Qui per marketing Le Meur intende advertising: in epoca di social network non è più necessario stanziare cifre ingenti per campagne dal taglio generalista. Andiamo a cercarci e coccolarci il nostro target. Facciamo in modo che la nostra community ami il nostro prodotto.
10. Non pensare a diventare ricco. E’ quanto pensa anche Lapo Elkann … ma ricco lui lo è già … La ricetta di Le Meur, che condivido, è quella di puntare sugli utenti: il denaro è conseguenza del lavoro e del successo, non il fine
Ho rivisto in video l’interessante presentazione fatta da Marco Montemagno, giornalista di SKY, blogger e AD di Blogosfere, al recente IAB Forum. A parte l’estrema bravura nell’esposizione e la capacità di coinvolgere un audience (geniale aver fatto alzare tutto il pubblico presente per fare un applauso a Internet…), di Marco apprezzo la chiarezza. Dal suo discorso estrapolo qui i 4 punti di forza principali del web, ed in particolare del web 2.0 …
-Distribuzione: internet è utile per tutti, bando alle criminalizzazioni che qualche grande nome del giornalismo fa in nome della notiziabilità e bando al pressapochismo di chi parla di internet senza conoscerlo … Internet è il reame della viralità e delle potenzialità, basta avere un’idea buona e questa può circolare su milioni di PC e terminali mobili …
-Condivisione: sia in termini di dati, che di persone … qui il paradigma è quello del consumatore che “costruisce” il proprio Brand, il proprio Prodotto … ottimi gli esempi dei video di Dove e di Boeing, che ha coinvolto gli utenti nella definizione delle caratteristiche produttive iniziali
-Dialogo: è cambiato il rapporto - in seno al web stesso - tra produttori e fruitori di informazioni/prodotti/beni/servizi … non possiamo più ignorare il fenomeno dei network sociali, possiamo non utilizzarli ma non far finta che non ci siano …
-Personalizzazione: il web è sempre più consumer-centrico, qualcuno usa il brutto termine “prosumer” … grazie a internet posso cucirmi addosso strumenti, reti di relazioni, contatti, posso veicolare idee e renderle concrete, senza essere un guru o uno smanettone
Un anno fa, lo ripeto spesso, non avevo un blog: ho voluto mettermi in gioco anche io, capire di più, prendere le facciate - come dice Marco - ma vivere la rete e questa sua rivoluzione. Ci ho messo la faccia e devo dire che è stato (ed è) esaltante ![]()
Luca De Biase, partecipando a Web2.Oltre, ha portato la propria esperienza nella scrittura del libro Economia della felicità.
Ne parla qui, in un post che ho apprezzato moltissimo.
Fare marketing in epoca di web 2.0 vuol dire anche considerare i cosiddetti “beni relazionali”, una dimensione economica che non prescinde dai rapporti tra la persone. Persone che producono contenuti (”UGC”), che li condividono, persone che scambiano sapere, pareri, informazione, emozioni.
Nel marketing del futuro non solo i Brand potranno essere “costruiti” e “partecipati” in qualche modo dagli utenti stessi, ma le aziende stesse dovranno compiere passi sempre più decisi verso i consumatori. Un percorso di maggiore consapevolezza.
Forse alla fine del processo di consapevolezza si scoprirà che si fanno addirittura affari migliori se si tiene conto davvero delle persone.
Da eXtrapola, società leader nel media monitoring di contenuti e news sul web, ecco il nuovo servizio vip.monitor, che si occupa di tenere sotto controllo la reputazione di manager, VIP e personaggi pubblici in genere.
L’azienda sta lavorando per politici locali e nazionali, manager di rilievo e per aziende di consulenza che hanno richiesto questo servizio per i loro assistiti.
Estendendo le funzionalità della propria piattaforma tecnologica (interamente proprietaria, e in grado di processare fino a 300.000 news al giorno) , eXtrapola scandaglia il web alla ricerca di qualsiasi contenuto o informazione riguardante il singolo personaggio. Tiene monitorati blog, forum, social network, siti di settore e quotidiani on line, per offrire poi report e analisi, effettuati da una redazione di giornalisti e netclipper.
Maggiori informazioni e un video introduttivo qui
Ci siamo. Il comunicato stampa ad uso e consumo dei social network è sbarcato in Italia. Digital PR lo ha sperimentato (il termine è giusto, a mio avviso) per promuovere il lancio di un nuovo programma del National Geographic. All’interno del social media press release, da subito ribattezzato comunicato per i media sociali, trovano posto i link per accedere a risorse come le foto di Filckr, i video di YouTube, i collegamenti ipertestuali taggati di De.licio.us. Il comunicato è predisposto per essere segnalato sulle piattaforme di condivisione di notizie, con tanto di tag consigliati.
Davvero interessante questo spunto, che non può che arricchire e svecchiare il comunicato stampa classico come noi lo intendiamo (ne ho parlato anche qui).
Interessante anche il commento di Carlo Odello che sottolinea come la forma del comunicato debba forse essere modulata a seconda del target di riferimento: l’ambito agroalimentare si nutre letteralmente ancora di comunicati classici, stringati, con alcuni semplici e puntuali richiami “web”.
Via Vincos.
Dopo una colpevole interruzione ritorna il piccolo spazio di conversazioni in Rete con professionisti, operatori, uomini e caporali che leggo volentieri dentro e fuori internet. Oggi è la volta di Gianluca Diegoli, markettaro ed autore di uno dei blog più intelligenti che io abbia mai frequentato, “responsabile” suo malgrado della mia “conversione” ai social media.
Quali sono secondo te le innovazioni più importanti nella “comunicazione” degli ultimi tempi?
Tutte le novità principali si trovano nella riscoperta del lato ‘umano’ delle aziende. Se non c’è quello, non c’è tecnologia che tenga.
Una definizione “alla [mini]marketing” di web 2.0
Essere 2.0 è riuscire ad apprezzare (e superare le paure de) la profonda grandezza e superiorità dell’entropia generata dagli utenti. Il Web 2.0 è un insieme di tool creati per chi vuole intraprendere questo percorso.
Possiamo considerare davvero (e in che modo) i blog (e i network sociali) uno strumento di marketing e comunicazione?
Beh, ogni forma di espressione è comunicazione, quindi anche i blog lo sono, ci piaccia o no. Se per marketing intendi uno strumento per “mandare messaggi” allora i blog e i SN non lo sono.
Pensi che - grazie all’interazione sempre maggiore tra brand e consumatori - le marche del futuro saranno create dagli utilizzatori stessi, come “qualcuno” ipotizza?
No, francamente non ci credo, e un po’ ne ho paura, come nel caso della fantomatica auto creata dall’uomo medio per eccellenza (Homer). Credo che la scintilla creativa propositivia nasca dal singolo, e che poi possa essere tutto migliorato dalle masse collaboranti.
Nel mio blog parlo spesso di Low Cost Marketing (e c’ero prima io de La Casalinga di Voghera!
), un approccio al marketing dominato dal buon senso e dal realismo: che ne pensi?
Credo che si impari molto, a dover spendere poco, a vedere l’effettivo ritorno delle cose, a non dover essere schiavi della spesa dell’anno precedente. In realtà tutto il marketing innovativo puo’ essere basato su strumenti apparentemente lowcost. Quello che questo approccio richiede pero’ (e non è low cost) è molto tempo, molta esperienza, molta continuità, forse troppo per un ufficio marketing normale ![]()
Credi alle teorie dell’emotional marketing di Gobè o ai “lovemarks” di Roberts?
Gobè non lo conosco bene e preferisco non dare giudizi. Lovemarks è una bella sceneggiatura di come dovrebbe essere la storia d’amore tra aziende e prodotti. Temo però che sia ottimista sull’effettivo ricambio da parte delle persone: le aziende continuano a pensare di essere al centro dei nostri pensieri, e nella stragrande maggioranza dei casi non lo sono.
Parlami delle 3 campagne di comunicazione on line che hai apprezzato maggiormente negli ultimi mesi
Ecco, se proprio te lo devo dire, così al volo, senza aiuti dalla regia, non ne ricordo nemmeno una. Forse è il concetto di campagna che online non si presta. Se conversi, lo devi fare sempre, non solo durante la campagna.
Anche tutto il fenomeno dello street e del guerrilla, se devo essere sincero, mi ha stancato. Osservo, analizzo e dimentico.
Raccontami - in poche parole - il tuo approccio di uomo di marketing&comunicazione in epoca di social networking e castronerie alla Second Life
Dare il beneficio della prova, provare tutto, cercare di falsificare tutto, raccogliere quello che rimane.
(per finire): possiamo davvero credere alle teorie dell’universo inflazionario e alle superstringhe?
Assolutamente sì. La storia di Google sta lì a dimostrarlo.
Riporto qui un post del sempre originale ed ironico Gianluca di [mini]marketing, il blog che mi ha fologorato due anni fa sulla via del web 2.0 spingendomi a postare i miei deliri su questa piattaforma.
Si parla delle 7 T del marketing utopico (clicca la JPG qui sotto per ingrandire).
Geniale chi nei commenti ha detto che era fermo alle “3 T” bolognesi…
Ho letto con interesse la presentazione fatta da Maurizio Goetz a SMAU ieri. Il tema, scenaristico ma di “scottante attualità” direbbe una Buonamici qualsiasi, è quello delle nuove frontiere del marketing.
Esiste una non più strisciante crisi dell’attenzione verso la pubblicità, a cui le aziende reagiscono in due modi: (a) con una comunicazione più ricca ed impattante e (b) con una comunicazione più “leggera”, attraverso l’utilizzo dei social media.
Dalla tradizionale campagna pubblicitaria assistiamo al passaggio a forme nuove, al concetto di movimento: la prima ha una durata finita ed è drammaticamente “battagliera”, il secondo mira all’evangelizzazione, alla condivisione, alla viralità, allo scambio…
Il nuovo ruolo della comunicazione non è solo quello di generare attenzione ma di coinvolgere i pubblici, le persone, gli utilizzatori, i clienti, che in qualche caso collaborano (la chiosa è mia) alla costruzione di un brand, ne decretano il successo o l’insuccesso.
Il nuovo paradigma del “marketing liquido” è quello di una comunicazione “agile” (e qui torna di nuovo l’immagine calviniana della “lightness” delle Lezioni Americane), adattiva, all’interno della quale le competenze sono rimescolate e il messaggio, proprio come l’acqua in un recipiente, si adatta ai contesti. Affascinante.
Sapevo dell’articolo in uscita sul Corriere in quanto amici blogger mi avevano accennato che c’era un giornalista che chiedeva in giro foto prese dalla webcam. Amici che confidavano nell’interesse del più grande quotidiano italiano per raccontare davvero cos’è la blogosfera.
Il risultato non è all’altezza dello scopo, a mio avviso.
Il pezzo, comparso nel Magazine del Corriere, fa troppo colore e foloklore.
Dipinge i blogger come mitomani e fanatici del ranking, dei contatti, dell’audience quanto tutti sappiamo benissimo che i blog non si contano (Montemagno dixit).
Cita l’episodio di G. Neri che ha svelato alcuni particolari scomodi del caso Calipari come fosse il format di un nuovo War Games.
Parla (e non è la prima volta) di Robin Good che (beato lui, ma è davvero bravo) riesce anche (!) a ricavare soldi dal blog.
Sottolinea come i blogger debbano almeno riuscire a trovare una notizia (!) al giorno, per stare “dietro” alla loro creatura virtuale.
E conclude in bellezza sottolineando l’importanza di commentare e condividere le notizie, salvo poi citare una frase di una blogger che afferma di non voler più pubblicare nulla di importante sul blog: “meglio venderlo a giornali e televisioni”…
(per la foto, cfr. Maestro Alberto)
Giampaolo Colletti ha scritto un pezzo su 7th floor che parla di Brand TV e del fiorire di nuove forme di broadcasting sul web.
Interessante notare che - ancora una volta - è il contenuto creativo a fare la differenza: piccole aziende come la citata Blendtec, produttrice di frullatori, azzecca il format giusto e spopola e colossi come Bud ottengono l’effetto contrario con i consumatori.
Qui non serve scialacquare soldi e fare investimenti milionari. Qui ci vuole un’idea. Giusta.
Mi piace poi questo nuovo assetto di comunicazione diretta tra impresa e consumatori, resa possibile dalle web TV: niente mediatori, trasparenza, velocità, appeal.
Segnalo l’ottimo libro Community Management (Apogeo) di Rosario Sica e Emanuele Scotti. Un approccio divulgativo al fenomeno delle community, soprattutto in ambito aziendale. Uno strumento di lavoro per iniziare a progettare, lanciare e coltivare comunità virtuali. Perchè la dimensione “informale” (grass root) delle organizzazioni è ormai una realtà.
Iniziativa lodevole del Touring Club, entrato recentemente nell’orbita di Giunti editore: è nato, infatti, Turista di Parola, il blog “corporate” dell’azienda, gestito da Guido Venturini, direttore generale.
Interessante notare come aziende con un background in gran parte “tradizionale” stiano strizzando l’occhio a nuove forme di comunicazione. Si tratta di un’opportunità importante per iniziare un dialogo diretto e fruttifero con gli utenti finali. Mille le possibilità, come quella di creare (vedi ottimo esempio di San Lorenzo, seguita dall’impareggiabile Tombolini) un “social club” dei viaggiatori, una comunità di interessi che possa condividere e scambiare pareri, info e novità sui viaggi compiuti e sulle cose belle viste in giro.
Il blog di Venturini ha sicuramente un’impostazione più “generalista” e “super partes”, nel senso che parlerà (e parla) di politica del turismo, cultura, ambiente diffondendo i valori del Touring, tra cui (sopra tutti) il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente e del territorio.
Per non perdere questa opportunità, occorrerà forse fare alcune integrazioni al blog. Manca un vero e proprio “blogroll” o comunque una sorta di indicazione e di link a blog similari o “amici”. Manca la possibilità di iscriversi al “feed”. Le sezioni sono ancora piuttosto povere (in questo momento solo una, “viaggi e miraggi”, bella la citazione degregoriana). Il blog è partito davvero “in medias res”, senza una vera presentazione del progetto, una dichiarazione di intenti, una frase mirata di Venturini. E’ un blog che sa ancora poco di blog, insomma. Ma l’intenzione è ottima.
Buon lavoro.
Affascinante questo post di Kurai che a sua volta cita Kyle Orland di Escapist. Il paragone è tra web e videogame: visitatori e posizionamenti affini ai punteggi, i network di LinkedIn come i Pokèmon (gotta catch’em all!), i trucchetti che tante persone (scorrette) usano come i cheat dei giochi, la competizione come la corsa alla popolarità e alla crescita degli accessi.
Kurai aggiunge poi molto intelligentemente che il web non è un gioco semplice, tipo Pac Man per intenderci, con schemi e punteggi fissi e ripetitivi: è, invece, un free-roaming game dove le possibilità e le variabili sono infinite e (quasi) incontrollabili.
E - aggiungo io - si tratta di un gioco in cui l’iniziativa individuale è valida fino ad un certo punto, in quanto solo con la collaborazione (modalità multiplayer…) si raggiungono grandi risultati.























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