Mercati, sorrisi e conversazioni

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Lo spunto mi viene sia da Enrico che commenta in modo sottilmente provocatorio un mio post sul corporate blogging sia da Gianluca che segnala un pezzo di Luca De Fino su NC-Nuova Comunicazione.

Il tema è: siamo certi che tutte le aziende debbano/possano aprire un blog?

Luca De Fino, nel pezzo su NC, cita gli ostacoli all’attivazione di forme di comunicazione “sociali” che un campione rappresentativo di Senior PR statunitensi ha espresso … al primo posto la mancanza di risorse (51.1%), al secondo (46.9%) la potenziale perdita di controllo … ecco secondo me la barriera principale!

Il fatto è che le aziende non hanno mai avuto il controllo di quanto si dice di loro … la gente ha parlato per anni delle aziende, dei marchi e dei prodotti … e ora ha aperto dei blog …

Non possiamo censurare la libera espressione dei commenti e dei pareri delle persone … possiamo però entrare a far parte di queste conversazioni, dire la nostra.

Se la gente muove delle critiche giuste, ecco allora l’opportunità di migliorare e imparare dagli errori. Se la gente sta dicendo delle castronerie, ecco che avremo modo di rispondere e precisare la nostra versione dei fatti.

Non si può non comunicare, diceva qualche inclito guru. Io, che guru non sono, ribadisco: non si può non “conversare”

9 thoughts on “Mercati, sorrisi e conversazioni

  1. Il controllo, eh, il controllo… cito unb white paper del buon John Pavlik
    “Web 2.0 is breaking down barriers. Much of the change is about control (…)“Although conceptually the 2-way symmetric model of public relations is the ideal, it’s not usually the practice. PR people like to be in control and get messages out and see the messages resonate and the audience respond
    accordingly.” Web 1.0 permitted this. Web 2.0 is breaking this down. Web 2.0 is empowering citizens to communicate directly online and the organization can be left out of the conversation entirely. The field of public relations needs to come to terms with that”.
    Piaccia o non piaccia…

  2. Una precisazione: non era qualche inclito guru, ma Paul Watzlawick (http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Watzlawick), psicologo austriaco ahimé deceduto lo scorso anno, che intendeva per “non si può non comunicare” non un invito o un ordine, ma un dato di fatto. Qualsiasi cosa io faccia, non faccia, dica, non dica, è di per sé una comunicazione, perché dà un segnale all’altro. Perché si abbia questo devono esserci due persone consapevoli l’una della presenza dell’altra, presupposto minimo di qualsiasi comunicazione.

    Non c’entra niente quindi il parallelo che fai con la conversazione (che è solo un tipo di comunicazione: sarebbe come dire “non si può non respirare “vs “non si può non fare immersioni”). Che poi sia un invito a conversare ok, ma non è “inevitabile in sé”, come invece è il processo di comunicazione.

    Forse prendi spunto da qualche consulente poco preparato (purtroppo, il novanta per cento almeno) che esordisce così ad ogni corso sulla comunicazione, perché fa fico e fa impressione. Aver letto “pragmatica della comunicazione umana”, prima di sparare la sentenza, dovrebbe essere obbligatorio :-)

    Anyway ottimo blog, qualcosa di un po’ diverso dal solito.
    Ciao!
    Angelo

  3. Grazie delle precisazioni, puntualissime, e dell’apprezzamento.
    Resto dell’idea – tutta mia, e non derivante da frequentazioni con consulenti poco preparati – che le aziende odierne non possano non partecipare alle “conversazioni” che si fanno in Rete e fuori.
    Per conversazioni intendo opinioni, post, articoli, buzz, commenti, passaparola che i clienti esprimono a proposito di un Brand o di una Azienda.
    Conversare come forma informale (perdona il gioco di parole) di marketing e comunicazione.
    E’ una mia idea.
    E di altre migliaia di consulenti, preparati e non.
    Fatti un giro nella blogosfera e leggi qualche blog a tema, giusto così per documentarti: ci sono spunti interessantissimi…
    Buona giornata.

  4. Gian Maria, sul fatto che le aziende debbano conversare, e dunque anche e soprattutto ascoltare, è irrilevante se sia o meno d’accordo con te. Non era questo il punto del mio commento.

    Piuttosto, se la comunicazione è “inevitabile” (“non si può non comunicare”, cioè qualsiasi cosa io faccia o non faccia è comunque comunicazione), il “non si può non conversare” che indichi tu equivale a “aziende, dovete conversare, non si può stare ancora a non conversare”. E’ dunque un monito, un consiglio, un suggerimento, e NON un postulato.

    E’ per questo che il paragone che hai fatto è impreciso. Le due cose sono infatti diverse. Che sia un’idea valida o meno, condivisa o meno, in voga nella blogosfera o meno, giusta o meno, non c’entra.

    Non si può partire da un paragone fuorviante per difendere una tesi. Se tu resti dell’idea che non si possa non conversare, nessun problema al mondo; ma se fai il parallelo con il non poter non comunicare, è intellettualmente scorretto. Ed un consulente non può essere intellettualmente scorretto.

    ps: per quanto riguarda la documentazione, ti indico un link:
    http://www.portalino.it/banks/editoriale/libri/cluetrain.htm
    questo libro l’ho letto sei anni fa, quando appunto le migliaia di consulenti che oggi sbandierano la conversazione come strumento di marketing (a mio avviso, un ossimoro) consideravano le sue tesi poco meno che aria fritta. No, tanto per dire.

    Buon lavoro!
    Angelo

  5. Pingback: Marketing Convergente « Marchètting: il marketing del buon senso

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