La Cina, il caldo e la gomma americana

La Cina ti toglie il fiato. Per il caldo. Soffocante, umido, in certe giornate non si vede l’orizzonte e dal tuo ufficio a malapena scorgi i palazzi di fronte. Ti toglie il fiato per la ressa, per la gente, accalcata, con i denti sporgenti, gli occhi socchiusi, i motorini, le macchine sgangherate, le strade piene di crateri, i piedi sporchi, le donne sedute per terra, i negozi pieni di fumo, odori, colori forti, contrasti.

La Cina è la nuova frontiera. Una sorta di Far West del Ventunesimo Secolo. Parlo della Cina vera, non dei quartieri minimalchic di Shanghai o del fascino finto-newyorkese di Hong Kong. La Cina profonda, quella dove sono stato io per tre settimane. Quella dove sono stato già tante volte, per lavoro.

A seguire il business della mia azienda, NITHO, che produce accessori elettronici per dispositivi di intrattenimento, prima soprattutto videogiochi, ora anche periferiche mobili, perché siamo tutti immersi nella cosiddetta “mobile revolution”.

La Cina è un’esperienza. Lontana dai luoghi comuni. Dalle rotte consuete. La Cina che ho visto io non merita cartoline, non va in prima pagina su Traveller o su Gente Viaggi. Non avrà monografie su Meridiani. Ma merita di essere vissuta. Assaporata. Perché ti fa crescere. Non è solo la lontananza fisica e morale da tutto ciò che è conosciuto, o dai tuoi cari. La Cina è maestra di vita.

In Cina nessuno ti aspetta. Quando sei in macchina, in taxi, in coda al supermercato, nelle fabbriche, nelle immense dogane che collegano Macao, la ex enclave portoghese regno dei casino, a Zhuhai, la città dove sono stato io.

Zhuhai è una piccola città, “bastardo posto” direbbe Guccini. Una piccola città da due milioni di abitanti. Una bazzecola, qui.

Zhuhai è vivibile in quanto il Governo la considera una delle perle della nazione. La città “romantica”, un luogo di villeggiatura (di primo acchito) che nasconde un sostrato di fabbriche e quartieri poveri. Qui si producono buona parte dei toner del pianeta. E dei condizionatori.

Quatieri poveri, dicevo: sì, perché i worker, i lavoratori, dormono e vivono nelle fabbriche, accanto ad esse, come gli operai degli Slum della Rivoluzione Industriale inglese di fine ottocento.

Qua e là spuntano porzioni di terreno coltivato. La proprietà è del Governo, anche quella immobiliare. Sono stato studiati dei sistemi per limitarla e consentire al real estate di produrre la più grande e pericolosa bolla della storia. I grattacieli vengono su come funghi. Tutti uguali, con i finestroni allineati. L’ascensore supersonico, le porte, i giardini. I contrasti, ricchi personaggi in Q7 che superano arrugginite biciclette in bilico perenne sull’abisso.

Il cinese è un po’ diffidente, parla poco se non ha bevuto. Deve bere per aprirsi, se tu bevi con lui entri nel cerchio della fiducia. Il cinese ha il timore di essere gabbato. Perennemente. Guarda al presente, non gli hanno insegnato a fare piani a lunga scadenza. Il cinese non è organizzato. La tipica fabbrica cinese sembra magari un orologio ma è tenuta assieme con la gomma americana.

La Cina è tenuta insieme con la gomma americana. Fin che la barca va. Oppure no: quando i cinesi impareranno ad organizzarsi e ad investire su loro stessi e sul futuro sarà la nostra fine. Ci rimarranno il golf e qualche bel serial TV.

Mentre scendevo da un traghetto per Hong Kong – carico di valigie e palesemente affaticato e in difficoltà – un cinese mi ha sorriso e mi ha aiutato. La Cina riserva delle sorprese. In Cina c’è tanta umanità ma serve un occhio ed un cuore allenato per scovarla. Ma c’è

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