Calvino, Bin Laden e cuoche sovietiche

italocalvino

Ripropongo qui – un poco off topic – un mio pezzo pubblicato da Mentelocale il 9 ottobre 2001, undici anni fa, ma soprattutto un mese dopo l’attentato al World Trade Center di New York. La fine del mondo siamo noi, se diamo fiato alle trombe dell’intolleranza…

L’inquietante scenario internazionale che si sta delineando non induce certo alla speculazione dotta. Però è facile dimostrare che anche un approccio apparentemente “innocente” alla letteratura, ci porta a parlare di tematiche sociali. I grandi scrittori raramente sono avulsi dal contesto in cui operano e creano.

Prendiamo ad esempio Il Cavaliere inesistente di Italo Calvino, un romanzo del 1959. È uno dei più noti libri dello scrittore ligure: appartiene al ciclo de I nostri antenati, che comprende anche Il visconte dimezzato e Il barone rampante. Si tratta di una rivisitazione parodistica e grottesca dell’Ariosto. Il protagonista di Calvino non è un paladino invincibile, come i guerrieri tratteggiati nell’Orlando furioso, guerrieri di alta stirpe e nobiltà, combattenti dal duello facile, ma Agilulfo, il “cavaliere inesistente” appunto, un’armatura vuota che si comporta come una persona in carne e ossa. E’ accompagnato dal suo scudiero, il (poco) fido Gurdulù, incosciente del suo esistere ed essere. I due sono al centro di avventure fiabesche, che portano all’estremizzazione le immagini e gli stilemi di per sé fantastici dei poemi cavallereschi.
Calvino ne prende in prestito la cornice: la lotta tra cristiani e “infedeli”, con i primi convinti della loro presunta “superiorità” sui secondi, superbi ma scalcinati come un’armata Brancaleone.

Agilulfo, il cavaliere inesistente, dopo che viene messo in dubbio il suo titolo cavalleresco va alla ricerca delle sue origini per evitare la sua cancellazione dalla faccia della Terra.
Il buon lettore della porta accanto si accorge che Calvino sta barando, o meglio ci sta affabulando: dietro gli espedienti fiabeschi si cela l’apologo, la parabola allegorica.
Agilulfo è il simbolo della civiltà di massa, la civiltà globalizzata che cancella la persona in un labirinto burocratico Kafkiano. Una civiltà soffocata da oscuri meccanismi di cui lui non riesce a capire il significato, costretta a vivere dietro lo schermo di comportamenti prestabiliti. Un esempio clamoroso: Carlomagno che passa in rassegna i paladini fuori delle mura di Parigi, senza un apparente scopo pratico – Conosceva tutti dall’armatura che portavano sullo scudo, senza che dicessero niente -.

È questo il paradigma della creazione di regole per ogni occasione, quasi che il Potere abbia bisogno, per esistere, di codificare anche uno starnuto. Gurdulù è, per contro, simbolo dell’istintività, dell’umanità precosciente: presente in ognuno di noi, vive soffocata dalla società di massa.
L’uomo moderno non è libero, sembra volerci dire Calvino, perché succube di una serie di imposizioni sociali. Il pericolo della civiltà occidentale, la minaccia che potrebbe causarne il declino, è rappresentata dall’eccesso di pratiche di socializzazione: ogni individuo deve apprendere specifiche forme di comportamento sociale, che compromettono la libera espressione dell’affettività ed anche della razionalità. La persuasione occulta non è una leggenda metropolitana o il frutto di stupidi “al lupo al lupo” mediatici: la società e il potere economico orientano, per lo meno, i consumi della massa, soprattutto nell’occidente capitalista.

Ha scritto Sacharov, lo scrittore russo Premio Nobel, nel saggio Progresso, coesistenza e libertà intellettuale che “sia Marx che Lenin hanno più volte stigmatizzato la distorsione dei sistemi burocratici che consideravano assolutamente contrari alla natura della democrazia”. E poi aggiungeva che ogni cuoca sovietica avrebbe tranquillamente potuto imparare a governare lo stato.

L’Agilulfo calviniano rappresenta così, in chiave tragicomica, la rarefazione della persona, schiacciata dall’inautenticità del mondo che la circonda. E allora che fare? Lungi dal tentare di lottare contro i soliti mulini a vento, credo occorra una presa di coscienza collettiva: solo se l’occidente riuscirà a recuperare un rapporto più viscerale e empatico con la realtà, solo se cercherà di risollevarsi dal torpore in cui è precipitato, solo se capirà che il suo benessere, che foraggia i sistemi politici dominanti, si poggia sulle sofferenze di una moltitudine potrà guardare con fiducia al futuro. Perché oggi, come millecinquecento anni fa, i Barbari premono alle frontiere, ma non impugnano, come allora, spade e bastoni.

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