Lo share, la visibilità, i followers

ab412201decff9e0cbe7a32f9e67af38Siamo tutti cultori dello share. Volenti o nolenti, se teniamo un blog, un sito, una pagina Facebook, se comunichiamo attraverso Twitter o Linkedin o in qualsiasi altro modo sul web, abbiamo almeno la curiosità, se non l’ansia, di controllare quotidianamente i “Mi piace”, le condivisioni o qualsiasi altra forma di apprezzamento.

Se questo tipo di comunicazione è un lavoro, come nel mio caso, la reazione si può definire giustificata, rendermi conto del parere dell’opinione pubblica in riferimento ai miei contenuti è necessario, seguire le preferenze mi aiuta ad ampliare sempre più i miei orizzonti e fare del mio meglio perché le aziende per cui lavoro riscuotano sempre maggior successo, e siano seguite con interesse.

L’opinione dei miei clienti mi arriva solo a fine anno, è allora che essi fanno lo spoglio mirato a capire quante persone abbiamo raggiunto, quante ne abbiamo affascinate, il seguace che si è aggiunto al loro blog e via dicendo, dopo di che, mi comunicano la loro opinione, che devo dire, raccolgo sempre con entusiasmo, perché non mi delude mai, ma a dicembre c’è sempre quell’aspettativa, quel pizzicore curioso dell’attesa, è un po’ come aspettare la pagella, la gratificazione è quello stato appagante, essenziale, che soddisfa, compiace, e sprona a fare sempre meglio.

Ma ho anche un blog personale, e come tutti, ogni giorno vado a vedere cosa ne è stato del mio articolo, è stato letto? È piaciuto? È stato condiviso?

Perché lo facciamo?

Credo che la spiegazione sia una, la ricerca spasmodica dell’approvazione degli altri. La si può interpretare in mille modi, ma la radice rimane quella.

Per mezzo del “Mi piace”, il “Like”, il commentino, si creano dei veri e propri club di appartenenza, cosa che se ti permetti di entrare a dire la tua, quando non aderisci alla cerchia, se sei appena un po’ sensibile, rischi di non uscire più di casa per le indecenze che ti vengono rivolte.

C’è chi fa a gara per chi ha raccolto più “Like” nella giornata, e c’è chi per raccoglierne uno posterebbe le cose più obbrobriose basta che facciano notizia, molto apprezzate quelle che riguardano una persona della zona, che tutti conoscono.

Accettiamo l’amicizia di gente che non abbiamo mai visto e la chiediamo a persone analoghe, solo perché sul loro diario c’è una foto carina. Ci mettiamo il “Mi piace” da soli per diventare più popolari. Si diventa persin ruffiani cosa vista come una caduta in basso.

Molto spesso si arriva ad una sorta di ossessione dove le visualizzazioni, anche se in numero più che soddisfacente, non significano nemmeno più nulla se i “Like” non sono abbastanza. E questo dispiace.

Non dimentichiamoci poi delle “Like factory” che pagano per un “Mi piace”, un’impresa celata che pare abbia un giro d’affari annuale di circa 200 milioni di dollari.

Se non fosse perché ognuno di noi, per vari motivi, tiene all’approvazione del prossimo, tutto ciò non esisterebbe, certo ci sono da vagliare diverse spigolature, ma credo che occorrerebbe porre un limite, dettato dal buon senso, senza restrizioni, senza regole, vorrei che fosse affidato solo al senno di ognuno di noi, mi piacerebbe, non “MI piace”, ma che ognuno credesse un po’ di più in se stesso, che si bastasse, che si apprezzasse per quello che è, senza sentire così forte il bisogno che qualcuno gli dica “sei stato bravo”, mi metto nel mucchio e parlo anche per me, voglio provare a scrivere quello che penso, che mi appartiene, senza lasciarmi invadere dal desiderio di sapere se sono piaciuto o meno, sarò me stesso, come sono sempre stato, in fondo non ho mai cambiato la mia personalità o il mio modo di esporre un concetto solo per non essere piaciuto a qualcuno, e allora a cosa serve controllare?

Bhè, ammettiamolo, un – Bravo! – verso se stessi, comunque, non guasta mai.

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